domenica 16 giugno 2013

Blood Of The Black Owl - "A Banishing Ritual"

Bindrune Recordings, 2010
Siamo in Nord America, in territorio pellerossa. Una fitta nebbia di fumo e trucioli ardenti sale dal falò che illumina la notte, scoppiettando come un calderone demoniaco. Un'anima nera si è impossessata di un uomo, è giunta l'ora di iniziare il rituale per bandirlo dal suo corpo, per purificarlo dal Male. Lentamente il fumo invade l'aria, le forme da esso create turbinano intersecandosi l'una nell'altra, i demoni si nascondono tra esse sbeffeggiando gli esseri umani. Un ossessivo pizzicare di corde che piano piano cresce d'intensità, un mormorio di fondo che rappresenta l'inespressa voce del demonio; per minuti e minuti ha inizio la fase preparatoria, l'Intento, che trova il suo compimento con l'entrata della batteria e delle percussioni, quasi foriere di un'allucinata danza shuffle. Maracas e piatti scandiscono il ritmo, ancora nessun vero strumento è giunto a produrre una singola melodia, ma ecco che compare un flauto tribale, seguito da un primo canto sciamanico recitato a bassa voce, come un lamento. L'Intento è completato, è giunto il momento dell'Asserzione di Volontà.

Un pastoso riff di chitarra distorta di stampo Black si accompagna ad un lento ritmo Doom, sconfinando nell'opprimente lentezza del Funeral Doom, fino ad un fluttuante stacco atmosferico dove predominano suoni prolungati di corni, mentre in fondo al calderone una voce gracchia incantesimi ormai dimenticati e conosciuti solo ai vecchi saggi. Una melodia di chitarra dal sapore quasi sereno ci fa percorrere un temporaneo sentiero di beatitudine, affiancandosi alla rugosità della chitarra ritmica che in questo caso non graffia più; la Volontà di liberare l'uomo posseduto si mostra nella sua positività, e inizia ora la parte più difficile: la lotta tra bene e male, per convincere lo spirito maligno ad albergare nel corpo di un cinghiale, per poi gettarsi a precipizio in acqua. Il Canto dello Spirito Catturato mostra la sofferenza che lega l'esorcista al demonio, uno teso a cacciare l'altro in una danza strumentale che mantiene sempre lo stesso ritmo e gioca su una melodia stridula e fischiante, quasi insopportabile nella sua ossessività. Un sottofondo di suoni strappati, laceri, di cori profusi dagli uomini seduti in cerchio attorno al fuoco nel tentativo di aiutare l'esorcista a compiere il suo difficile lavoro; e infine armonie dissonanti e malvage, che guardano direttamente in faccia il mostro, che si è nascosto nelle profondità dell'animo del posseduto. Con l'Espulsione Finale la scena si acquieta: il posseduto ha smesso di contorcersi, è caduto in uno stato di trance mistica, ha gli occhi completamente sbarrati. La sua anima è persa in un limbo, espresso alla perfezione da accordi di chitarra acustica radi e opachi, isolati in un mondo che non appartiene nè a quello dei vivi nè a quello dei morti. Per lunghissimi minuti si prosegue così, immobili nel tempo e nello spazio, tra voci eteree e quasi ragionevoli che duellano con i deboli ruggiti sotterranei del demone, il quale tenta di seppellirsi sempre più a fondo nella mente del dannato. Ma ecco che con un improvviso sforzo di volontà, l'esorcista spalanca le porte degli abissi e scova il mostro, rannicchiato e pronto a colpire: la lotta è feroce, all'ultimo sangue. Una pesantissima chitarra ritorna a dettare il tempo, una melodia spaventosamente ferale squarcia l'etere, un'arpa elettronica compone un substrato di terrore, e la batteria scandisce questo duello finale con incredibile partecipazione, crescendo sempre più in volume ed intensità. Il sordo ruggito del demonio si fa sempre più forte, le grida si fanno sempre più lamentose, un assolo di chitarra quasi malinconico si inserisce di soppiatto nella trama strumentale per aumentare la tensione; mentre le percussioni raggiungono lentamente il parossismo, la voce del posseduto si libra sempre più forte, sovrastando gli strumenti e le grida infernali, rimanendo infine a duellare solo con queste ultime. Un ultimo grido, questa volta solitario, si spegne nel nero della notte; il demone è cacciato, il rituale è compiuto.

Un disco da avere.

01 - Intent (Movement I) (13:12)
02 - The Statement Of Will (Movement II) (3:52)
03 - Chant Of The Captured Spirit (Movement III) (11:10)
04 - The Final Banishing (Movement IV) (13:10)

sabato 15 giugno 2013

Summoning - "Old Mornings Dawn"

Napalm Records, 2013
Sono passati ben sette anni da quando i Summoning pubblicarono il loro ultimo album, l'acclamato ed epico "Oath Bound" che venne presto considerato come uno dei massimi picchi artistici della band. Poi, più nulla: sembrava quasi che per il duo austriaco fosse arrivata l'ora di sparire dalle scene, forti di un sound ormai talmente consolidato da risultare quasi immodificabile, e di una discografia prolifica e di livello qualitativo sempre alto. Avrebbero potuto chiudere la loro parabola artistica senza rimorsi nè rimpianti, e il lungo periodo di silenzio lasciava sempre più dubbi sul fatto che prima o poi sarebbero effettivamente tornati: e invece eccoli qui, con un nuovo lavoro intitolato "Old Mornings Dawn", prodotto anche in edizione limitata a mille copie e contenente due tracce inedite in più. Il disco è nato già pronto per essere eviscerato e analizzato con particolare attenzione dai fan e dalla critica: la domanda non può essere che "sarà la stessa minestra riscaldata, oppure un inaspettato punto di svolta?"

Dopo averlo ascoltato bene, direi che propendo di più verso la prima ipotesi, ma con qualche riserva. "Old Mornings Dawn" si presenta infatti come il classico, classicissimo disco dei Summoning, un black metal epico e melodico, dai ritmi cadenzati e maestosi, ricolmo di tastiere ed effetti, capace di evocare alla perfezione le atmosfere descritte dai capolavori di Tolkien (scrittore al quale il gruppo si è sempre ispirato per la creazione della propria musica, e dal quale provengono anche buona parte dei testi). Rispetto agli ultimi lavori della band, anche se risalgono a molto tempo addietro, non è cambiato praticamente nulla: i più critici diranno, e a ragione, "sette anni di attesa per avere un disco uguale a tutti gli altri!". Certo, è vero che i Summoning non hanno mai fatto dell'evoluzione e della sperimentazione le loro principali bandiere: il loro manifesto ideologico è invece la coerenza, e i fan sanno bene che questo è ciò che possono aspettarsi da loro, nulla più e nulla meno. Con la parziale eccezione del primo album "Lugburz", ancora improntato al black metal diretto e scarno, e del breve extended play "Lost Tales" che aboliva le chitarre e le sostituiva unicamente con le tastiere, si può tranquillamente dire che i dischi dei Summoning sono tutti equivalenti, con variazioni non particolarmente significative tra uno e l'altro.

Clone senza idee, quindi, da bocciare senza appello? No, questo no. "Old Mornings Dawn", infatti, oltre ad essere un disco che ancora una volta fa sognare con la potenza delle sue atmosfere e delle sue evocative melodie, e che quindi sarebbe già un bel disco di per sè, mostra anche qualche minimo segno di cambiamento, qualche timida apertura verso sonorità diverse, qualche elemento di novità che lo distingue, seppur in minima parte, dai suoi predecessori. Si possono segnalare per esempio i respiri celtici di "Caradhras", nella quale compare un violino introduttivo che rappresenta una novità per la band; si fanno notare i cori di voci pulite, che acquistano uno spazio leggermente maggiore e che non vengono usati solamente per sottolineare la drammaticità del brano di chiusura, come accadeva nei precedenti lavori; inoltre, la vera star del disco è a mio parere la produzione. Più grezza, più sporca, più ruvida e approssimativa, con suoni di batteria più secchi e chitarre più abrasive (ascoltate per esempio il riffing di "The White Tower") rappresenta un'inversione di tendenza rispetto alla raffinatezza di "Oath Bound" e anche di "Let Mortal Heroes Sing Your Fame", preferendo invece un sound crudo e rugoso che esalta il sapore antico e leggendario delle composizioni dei Summoning. Con questi piccoli elementi in più, sommati alla consueta classe e maestria del duo austriaco, ecco che un nuovo disco è ampiamente giustificato ed è più difficile da considerare come un semplice disco fotocopia. Con questo non voglio dire che in "Old Mornings Dawn" si trovi materiale imperdibile, nè tantomeno innovativo: semplicemente, è un disco che potrà piacere sia ai fan storici (che sono sempre contenti di avere del nuovo materiale da parte della loro band preferita), sia a chi si avvicina per la prima volta a loro, essendo che comunque la coerenza stilistica è mantenuta e non ci sono stravolgimenti che possano ingannare un neofita.

Chi ama farsi avvolgere dall'epos e dalla pomposità, lasciando che la musica pennelli liberamente paesaggi fantastici e viaggi interminabili attraverso terre mitiche, troverà un buon motivo per acquistare "Old Mornings Dawn", passando sopra al fatto che i Summoning avrebbero potuto anche impegnarsi un po' di più, considerato tutto il tempo che hanno avuto a disposizione. Ma ormai ci siamo affezionati a loro per quello che sono, perché chiedergli di cambiare? Squadra che vince non si cambia, anche se la vittoria a volte può essere un pelo ripetitiva. Questo i Summoning l'hanno capito bene, non c'è dubbio.

01 - Evernight (2:49)
02 - Flammifer (7:08)
03 - Old Mornings Dawn (9:30)
04 - The White Tower (9:36)
05 - Caradhras (9:32)
06 - Of Pale White Morns And Darkened Eyes (8:22)
07 - The Wandering Fire (8:02)
08 - Earthshine (9:33)

mercoledì 12 giugno 2013

Abstract Spirit - "Theomorphic Defectiveness"

Solitude Productions, 2013
Continua la carriera dei russi Abstract Spirit, uno dei gruppi più catacombali ed asfissianti che siano mai stati partoriti da mente umana, se non probabilmente il più estremo in questa categoria. "Theomorphic Defectiveness" è il loro quarto album in studio, ed è l'album della conferma, la dimostrazione di tutti quelli che sono i pregi e i difetti della band: dopo averlo ascoltato, infatti, sono sicuro di poter dire che la band ha raggiunto un proprio plateau artistico dal quale ormai difficilmente potrà staccarsi in modo significativo. Chi li apprezza così come sono, ne rimarrà soddisfatto come in passato, ma chi sperava in una qualche evoluzione della band così da poterla approfondire meglio in futuro, rimarrà un po' deluso.

Questo nuovo album del terzetto russo è un altro opprimente e macabro viaggio nelle profondità viscerali dell'inferno, un viaggio espresso da un funeral doom dalle forti tinte horror e dalle soluzioni stilistiche estremizzate. Tutto è rimasto più o meno come sempre, proseguendo la linea comune che ha caratterizzato i tre album precedenti: voce growl profonda e rauca che proviene direttamente da una fossa di dannati, batteria quadrata e possente, orchestrazioni decadenti e malate ad opera di pianoforte, archi e tromboni, accordi di chitarra giganteschi e pesantissimi che schiacciano l'anima e i sensi sotto un peso di tonnellate ... insomma, tutto ciò che si chiederebbe ad un disco che vuole trasporre in musica l'orrore e il marciume più puro, quella feralità estrema che mette i brividi. Il difetto più grosso degli Abstract Spirit, però, è rimasto tale e quale: l'incapacità di costruire brani realmente interessanti, brani che abbiano alle spalle un songwriting ispirato e uno sviluppo interno che si possa perlomeno definire minimo. Per quanto la compattezza e la produzione sonora siano assolutamente eccellenti, anzi addirittura superiori a quelli della maggior parte delle band funeral doom in circolazione, è nella pura sostanza che gli Abstract Spirit sono sempre stati, e sono tuttora, debolucci. Dietro la confezione di grande impatto, infatti, la musica assume un carattere piuttosto prevedibile e scontato, si mostra estremamente statica e poco coinvolgente sulla lunga distanza, e questo è un difetto non da poco considerato che tutti i dischi degli Abstract Spirit superano abbondantemente l'ora di durata. "Theomorphic Defectiveness" cerca in qualche modo di introdurre innovazioni nello stile della band, come una dinamicità leggermente più accentuata nello sviluppo interno di alcuni brani, o una varietà leggermente maggiore nel riffing, o un minimo alleggerimento delle atmosfere, o l'inserimento di saltuarie linee vocali corali (unico elemento veramente inedito), che riescono a creare un'atmosfera a tratti intrigante; tuttavia, nonostante questi piccoli e apprezzabili impreziosimenti, trovare differenze sostanziali rispetto a un "Tragedy And Weeds" o a un "Horror Vacui" è difficile, se consideriamo il contesto generale: mancano sempre le idee vere, quelle geniali intuizioni che fanno la differenza, quelle progressioni mozzafiato che gruppi come Esoteric e Ahab masticano con scioltezza. Manca una direzione alla musica, sostanzialmente.

Sulla base di questo, sostengo quindi che "Theomorphic Defectiveness" sia un disco che mostra tutti i limiti artistici della band, limiti che molto difficilmente potranno essere valicati in futuro. Se al quarto disco una band suona ancora quasi uguale a ciò che suonava non solo nel primo, ma anche nel secondo e nel terzo, può significare due cose: o la band ha deciso di fare della coerenza il suo manifesto ideologico, oppure la band è effettivamente incapace di andare oltre. Per quanto io rispetti gli Abstract Spirit, in quanto la potenza delle loro atmosfere e della loro maniacale dedizione all'oscurità è indubbiamente notevole, devo però includerli nella seconda categoria. La loro musica è buona, di sicuro impatto ed effetto, e questo emerge anche dalla loro odierna fatica discografica; ma per quanto si possano sforzare, tale musica non raggiungerà mai i livelli di eccellenza e di longevità di cui gode la musica di altre band, come per esempio gli Skepticism. La cover di "March October" posta in chiusura è infatti una perfetta dimostrazione di come dovrebbero suonare gli Abstract Spirit, facendo leva sulla loro attitudine e sui devastanti mezzi tecnici messi a loro disposizione, per essere definiti davvero ispirati. Confrontate lo storico brano degli Skepticism con tutti gli altri brani di "Theomorphic Defectiveness": la differenza vi apparirà lampante, e non stupitevi se considererete questa cover come l'episodio migliore di tutto l'album.

A mio parere, gli Abstract Spirit stanno rapidamente raggiungendo il limite oltre il quale ad una band non viene più perdonata la carenza di idee nuove: adesso sta a loro dimostrare che sono capaci di osare anche oltre, in caso contrario si perderanno progressivamente nel nulla, rimanendo uno tra i tanti gruppi funeral doom che negli ultimi anni hanno affollato la scena musicale. "Theomorphic Defectiveness", comunque, non è affatto un disco da buttare: semplicemente, non aggiunge pressoché nulla di nuovo a quanto è già stato detto dalla band, la quale a sua volta non aggiungeva pressoché nulla di nuovo a quanto era già stato detto da altri. Rimane quindi un prodotto per soli doomsters sfegatati, di quelli che apprezzano qualsiasi cosa che viaggi su ritmi da carenza d'ossigeno e che suoni accordi il più ribassati e funerei possibile. Perchè in questo, bisogna dirlo, gli Abstract Spirit non hanno davvero rivali: la loro terrificante musica saprà certamente ghermirvi e trascinarvi in un antro talmente buio che nessuna luce potrebbe mai raggiungerlo, nemmeno dopo milioni di anni di viaggio nelle profondità buie del cosmo ...

01 - Theomorphic Defectiveness (12:45)
02 - For The Hosts Of Colored Dreams (12:30)
03 - Leaden Dysthymia (5:52)
04 - Prism Of Muteness (10:29)
05 - Under Narcoleptic Delusions (11:17)
06 - March October (Skepticism cover) (11:42)

lunedì 10 giugno 2013

October Falls - "A Collapse Of Faith"

Debemur Morti Productions, 2010
Non sono un fan appassionato degli October Falls: la loro proposta musicale mi affascina e mi ascolto sempre volentieri i loro album, ma la loro musica soffre di alcuni difetti di fondo che mi impediscono di considerarla eccellente. Sappiamo che la band ha una doppia anima, che si è manifestata negli anni con due tendenze musicali precise: da una parte gli album totalmente acustici, dall'altra quelli elettrici e propriamente metal. I capitoli acustici, pur essendo indubbiamente piacevoli e ben costruiti, hanno il difetto di essere eccessivamente prolissi e statici, due difetti che ne riducono la longevità; i dischi elettrici, invece, hanno la stessa piacevolezza melodica e le stesse atmosfere boschive e naturalistiche, pregne di malinconia e di introspezione, ma a volte non sanno bene che direzione prendere, sembrano perdersi in inconcludenze. Per quanto questi difetti appaiano in ciascuno dei loro album, trovo che questo "A Collapse Of Faith" ne soffra in misura minore, e per questo oggi ho deciso di recensire quello che ritengo il miglior disco finora prodotto dalla band.

Terzo album in studio della band se escludiamo i numerosi extended play, "A Collapse Of Faith" si presenta come un brano unico, suddiviso in tre parti per pura formalità, in quanto la separazione è del tutto ininfluente sul risultato musicale. Facile da inquadrare fin dal primo ascolto, si presenta con una musica che intreccia chitarre elettriche e acustiche in un black metal melodico debitore delle atmosfere naturalistiche degli Agalloch così come delle ruvide sonorità dei primi Ulver, senza dimenticare consistenti dosi di melodia che invece potrebbero essere fatte risalire agli Empyrium, come stile. Un collage di influenze che la band, stavolta, riesce ad amalgamare in un disco passionale, intensamente introspettivo e a tratti anche rabbioso, un disco che sbatte in faccia all'ascoltatore melodie appassionate e ritmi violentemente travolgenti, nei quali la batteria pesta con una rabbia carica di malinconia, più che di pulsioni distruttive fini a sè stesse. Basta ascoltare i primissimi minuti del disco per avere una chiara idea di cosa si troverà in questi quaranta minuti: un delicato arpeggio acustico introduttivo che lascia quasi subito il posto ad un assalto di batteria, condito da un'espressiva voce a metà tra il growl e lo scream, mentre le chitarre tessono trame molto semplici e dirette e pennellano temi trasudanti pura emozionalità, cosa che spesso va di pari passo con l'assoluta elementarietà delle armonie e dei giri melodici. Mentre il protagonista ci avvolge con il suo canto aspro ma ricolmo di nostalgia, che talvolta è controbilanciato da evocativi accompagnamenti corali, le melodie piano piano si evolvono, si aggiungono nuove trame alle precedenti, per poi tornare di nuovo a pause acustiche, a riprese dei temi precedenti, e così via, in un continuo andirivieni di linee melodiche che ha comunque un andamento tendenzialmente ciclico. Ripetitivo, forse, e anche un po' ridondante: i brani avrebbero potuto essere snelliti di qualche minuto, evitando di ritornare sui propri passi più volte, ma sta di fatto che ogni secondo di questa composizione è intriso di quel mood che ti lascia subito sulla pelle una sensazione forte, di quelle che non vanno via facilmente, una sensazione di dolorosa mancanza di qualcosa, di atroce sofferenza per la perdita di qualcosa di amato, di comunione con una natura che rappresenta l'ultimo baluardo in cui rifugiarsi per trovare un po' di pace esistenziale.

A mano a mano che i minuti proseguono, la triste storia di questo "crollo di una fede" prosegue sugli stessi toni, aggiungendo un po' di varietà melodica ma senza cambiare di una virgola la natura emotiva della propria proposta. Le chitarre seguitano a pennellare soffici arabeschi di melodie tristi e sconsolate, basso e batteria (specialmente la seconda) si impegnano a trasmettere con i loro colpi frenetici l'ineluttabilità di questa condizione dolorosa, che si dibatte per tentare di liberarsi ma senza successo; la voce del protagonista non conosce pace, e dall'inizio alla fine ci dilania l'anima con la sua inguaribile tristezza. "A Collapse Of Faith" è tutto qui, dal primo all'ultimo secondo non c'è altro: tecnicamente è uguale a tutti gli altri dischi degli October Falls, ma quello che ha in più è l'anima, quell'indefinibile entità che fa sì che il cuore batta più forte mentre ascolta certe note, mentre rimanga indifferente per altre note simili ma prive di tale elemento magico. Ecco perchè "A Collapse Of Faith" riceve il mio apprezzamento, al di là di tutti i suoi limiti tecnici e compositivi: lo apprezzo perchè ha saputo sublimare un'emozione, un insieme di sentimenti e stati d'animo reali, trasponendoli in musica con passione e onestà. Non c'è nulla di più che possano offrirvi gli October Falls: ma tanto vi basti.

01 - A Collapse Of Faith Part I (18:49)
02 - A Collapse Of Faith Part II (17:42)
03 - A Collapse Of Faith Part III (5:28)

venerdì 7 giugno 2013

Bluerose - "Darkness And Light"

AreaSonica Records, 2013
Avevo già avuto modo di conoscere la musica dei triestini Bluerose e di recensire il loro primo album, che nella sua semplice fattura rock mi aveva in qualche modo preso, nonostante la musica non aggiungesse nulla a tutto ciò che avevo già ascoltato nei miei acerbi anni di peregrinazioni all'interno del rock e dell'hard rock. Accolgo quindi con piacere l'invio di questo secondo album, "Darkness And Light", che mi trovo gentilmente recapitato a casa in un pacco postale, e che questa volta mi sorprende un po' di più grazie ad un suono che tende ad avvicinarsi maggiormente al metal, pur mantenendo inalterato l'impianto rock di fondo, l'orecchiabilità di ogni canzone e la facilità di ascolto che lo rende un piacevole diversivo quando la musica troppo complessa e articolata non riesce a fare breccia.

Otto brani, ben bilanciati tra irruenza e melodia, sono pronti per accompagnare un viaggio in automobile assieme ad amici, o per animare una festa dove non è escluso che qualcuno si metta anche ad improvvisare un ballo su queste note; la maggiore pesantezza chitarristica e ritmica rispetto all'esordio è un elemento che si fa sentire con discrezione, quasi come se non volesse tradire la natura comunque "leggera" dei Bluerose, cercando contemporaneamente di differenziare un po' il sound. Un ruolo fondamentale è svolto dalla voce di Riccardo Scaramelli, dotato di un timbro limpido ma anche leggermente graffiante, e di una tecnica comunque di tutto rispetto, evidenziata da poderosi acuti in crescendo e da interessanti sfumature espressive che compaiono qua e là tra i brani. Il resto è puro, semplice e sano rock / metal di presa immediata, a tratti leggermente oscuro quasi a richiamare certe produzioni dei Metallica, meno spiccatamente romantico rispetto al precedente "Fallen From Heaven" ma per la maggior parte del tempo abbastanza scanzonato e richiamante passioni elementari e genuine, così come dovrebbe fare ogni buon disco rock che si rispetti. Mi risulta difficile indicare un brano particolarmente significativo, vista l'omogeneità della proposta, così mi risulta difficile trovare un tratto che distingua i Bluerose da tutte le altre band che suonano questo genere: ciò non significa però che questo prodotto non contenga materiale valido, a cominciare dai turbinosi assoli di chitarra di Giuliano Soranno, difficili da seguire nella loro intricata matrice ma assolutamente godibili. Tutto è comunque ben costruito ed efficace, con quel pizzico di aggressività in più che mancava nel debutto e che qui pone una buona base per un'evoluzione futura del sound del gruppo. 

Se ancora qualcosa manca ai Bluerose è la capacità di farsi riconoscere subito per il fatto che sono loro, e non solo per il seppur apprezzabile fatto di essere una rock band interessante e capace; una volta che anche questo aspetto sarà stato affrontato e superato, potremo dire ancora una volta che l'Italia non smette di sfornare band interessanti, le quali non per forza devono essersi inventate un genere musicale per meritarsi gli ascolti da parte della gente. Una buona conferma, ora aspettiamo l'album della maturazione definitiva: per adesso godiamoci questa carrellata di elettricità carica di groove.

01 - Darkness And Light (4:40)
02 - Reloaded (4:04)
03 - Run (4:22)
04 - On My Way (3:54)
05 - I Know (3:51)
06 - Leaving You (4:00)
07 - Rock Your Soul! (4:46)
08 - The Land Of The Light (5:27)

giovedì 6 giugno 2013

The Ocean - "Pelagial"

Metal Blade Records, 2013
Da certe band puoi aspettarti solo il meglio. Sai che non ti deluderanno, che qualsiasi cosa suoneranno sarà sempre una botta al cuore e ai sensi: i The Ocean sono una di queste band, da sempre infallibili e sempre pronti a sfornare dischi di altissimo livello. Dopo una sequenza impressionante di dischi enormi come "Precambrian", "Heliocentric" e "Anthropocentric", ritornano questa volta con un disco che per la prima volta è coerente col nome che la superband tedesca si è affibbiata: "Pelagial", infatti, si propone di esplorare finalmente le insondabili profondità oceaniche, partendo dal pelo dell'acqua fino ad arrivare alle paurose fosse che toccano gli undicimila metri di profondità, dove giacciono segreti imperscrutabili e dove vivono creature al confine tra la realtà e l'immaginazione.

"Pelagial" si presenta con un artwork curatissimo e con un formato doppio CD, per un totale di quasi due ore di musica che può essere descritta in poche parole come la somma perfetta di tutte le migliori caratteristiche dei The Ocean, i quali ormai hanno raggiunto una maturità artistica e compositiva da capogiro. Il disco è molto progressivo e si sviluppa proprio come se fosse una lenta discesa verso i fondali oceanici, resa alla perfezione da un impianto evolutivo che privilegia inizialmente i brani più diretti e semplici, per poi intensificare e complicare la musica fino a renderla pesante, greve, lenta e opprimente come l'immenso peso della massa oceanica. L'impianto sonoro non si è modificato particolarmente rispetto ai precedenti album: siamo quindi di fronte ad una nuova tempesta di post - sludge metal, dalle chitarre abrasive ma calde, e scandita da una sezione ritmica semplicemente distruttiva, che mai come in questo caso svolge un lavoro assolutamente chirurgico e sopraffino, nonchè estremamente fantasioso e tecnico. Riffing in continuo mutamento come se fosse un intersecarsi di correnti sottomarine, voce che spazia dal growl al pulito simboleggiando le correnti fredde piuttosto che quelle calde, intuizioni melodiche geniali che si associano a groove presi direttamente dal rock più diretto, mentre d'altro canto compaiono influenze doom metal e incupimenti atmosferici; "Pelagial" si mostra quindi come un prodotto eterogeneo, ottimamente sviluppato e concepito per non annoiare mai, in quanto il progresso è conosciuto per essere il più acerrimo nemico della noia. 

Ci rendiamo conto alla perfezione del concetto di progressività in "Pelagial" se lo ascoltiamo tutto di fila, unico modo per poterlo comprendere appieno. Le liquide note di pianoforte di "Epipelagic", accompagnate dal quieto sciabordio dell'acqua e dai riflessi del sole sulle creste d'onda, conduce presto alle esplosioni melodiche e trascinanti di "Mesopelagic" e delle due "Bathyapelagic", nelle quali oltre a ritornelli irrestibili e a fraseggi di chitarra esaltanti compaiono anche delle emozionanti fughe di pianoforte così come arpeggi di chitarra pulita dall'aria serena e distensiva, esattamente come potrebbe essere una nuotata in immersione a pochi metri di profondità, dove la luce penetra senza alcuna difficoltà e i pesci sono ancora di dimensioni piccole e familiari. Il consueto ottimo lavoro svolto dagli arrangiamenti di archi si sposa alla perfezione con questi primi brani solari, tutto sommato semplici da assimilare ma tutt'altro che banali. Perfetto è il bilanciamento tra la voce pulita e quella ruvida, mentre il basso pulsa rabbioso e la batteria si conferma come una protagonista assoluta delle trame strumentali e si merita le dovute attenzioni grazie a evoluzioni pregevoli e mai troppo esibizioniste (niente tecnicismi esasperati alla Portnoy, ma solo tanto buon gusto e tanta musicalità).

Fin qui, tutto bene: siamo ancora piuttosto vicini alla superficie, dove tutto sommato è facile tornare a prendere una boccata d'aria. Ma arriva il terzo capitolo di "Bathyapelagic" e la musica inizia a cambiare: i riff diventano più lenti e pesanti, la luminosità inizia a diminuire, vaghi dubbi di inquietudine vengono alla mente, sobillati da accelerazioni che stavolta hanno un sapore teso, invece che liberatorio come prima. "Abyssopelagic" riprende i temi delle precedenti canzoni illudendoci per un attimo che stiamo tornando verso l'alto, ma è un inganno: si continua ad andare in giù con "Hadopelagic", austera e nauseabonda, nella quale inizia a sentirsi l'immensa pressione della massa d'acqua che tenta di stritolarci; tuttavia, il nostro organismo si adatta alle condizioni estreme e qualche momento di tranquillità è concesso, come per esempio nel secondo capitolo della medesima "Hadopelagic". Ma con il raggiungimento dei novemila e rotti metri di profondità, non si ha più scampo: "Demersal" e soprattutto la conclusiva "Benthic" fanno emergere la nuova vena doom dei The Ocean, proponendoci quindici minuti di netti rallentamenti e di atmosfere plumbee, in un luogo dove la luce è completamente abolita e le forme di vita sono quasi totalmente sconosciute, e quel poco che ne sappiamo ci fa paura. Tocchiamo il fondo dell'oceano con un finale dai vaghi toni noise, e siamo arrivati alla fine del nostro viaggio oceanico, raggiungendo "l'origine dei nostri desideri" sugli impenetrabili fondali che costituiscono le fondamenta del mondo.

Tocca al secondo disco, ora, il compito di ruotare nel nostro stereo. Sorpresa! Tale disco non è altro che una versione interamente strumentale dell'album che abbiamo appena ascoltato. Registrato inizialmente solo in questa versione, a causa di problemi di salute del vocalist Rossetti, è stato poi integrato dalla versione cantata solo grazie al fatto che il cantante è riuscito a guarire in tempo per le registrazioni, e ha quindi potuto prestare la sua voce all'opera. Il risultato di questa disavventura è un disco che va ben oltre la versione bonus di un originale: la versione strumentale di "Pelagial" è infatti un disco che pur essendo formalmente identico al precedente, solo privato della voce, appare molto diverso, quasi più autentico e concettualmente più interessante. Lasciando concentrare maggiormente l'ascoltatore sugli intrecci strumentali e sulla raffinatezza di trame e arrangiamenti, la sensazione di vorticare nelle correnti oceaniche di profondità è ancora più forte, e non stupitevi se arrivati alla fine del primo disco vi ascolterete anche il secondo con la stessa meraviglia se non di più.

"Pelagial" è in definitiva un disco che ha dalla sua parte un'ottima capacità evocativa e una concettualità sviluppata nel migliore dei modi. Non tragga in inganno il fatto che i testi non parlano di acqua e balene, bensì dell'essere umano e della sua natura; sarebbe stato semplice narrare di argomenti inerenti l'oceano in sè, ma come sempre i The Ocean sono una band originale e preferiscono non essere banali, andando in questo caso a sublimare un elemento naturale trasformandolo in una discesa verso le profondità dell'animo umano, e non solo del mare. A livello musicale, non trovo assolutamente difetti: la produzione dà risalto ad ogni strumento ed è pulita e possente, il songwriting è eccellente e farebbe vergognare il 90% delle band attualmente in circolazione, se solo sentissero con quale naturalezza questi tedeschi sfornano trame musicali così affascinanti. Ancora una volta mi trovo a doverlo dire, la classe non è acqua e i The Ocean sono un gruppo che spero non smetterà mai di suonare musica di qualità così eccellente. Per chi già li conosceva, una stupenda conferma della loro arte; per chi ancora non è entrato in contatto con l'abissale realtà di questa band, consiglio vivamente un tuffo nei vorticosi meandri di "Pelagial", senza paura di annegare nè di rimanere schiacciati da quei miliardi di tonnellate di acqua fredda e inquieta.

01 - Epipelagic (1:12)
02 - Mesopelagic: The Uncanny (5:56)
03 - Bathyapelagic I: Impasses (4:24)
04 - Bathyapelagic II: The Wish In Dreams (3:18)
05 - Bathyapelagic III: Disequilibrated (4:27)
06 - Abyssopelagic I: Boundless Vasts (3:27)
07 - Abyssopelagic II: Signals Of Anxiety (5:05)
08 - Hadopelagic I: Omen Of The Deep (1:07)
09 - Hadopelagic II: Let Them Believe (9:17)
10 - Demersal: Cognitive Dissonance (9:05)
11 - Benthic: The Origin Of Our Wishes (5:55)

martedì 21 maggio 2013

My Dying Bride - "Evinta"

Peaceville Records, 2011
I My Dying Bride, paradossalmente, sono una band che riesce a produrre dischi tanto più interessanti quanto più tali dischi si distaccano dal loro stile abituale. Per quanto il loro mood sia sempre stato abbastanza ispirato, e il loro doom - death di stampo decadente e romantico abbia fatto breccia nei cuori degli appassionati fino a costituire un marchio di fabbrica inossidabile, è nei dischi "diversi" dal solito che, a mio parere, la band ha sempre dato il meglio di sè. Il primo esempio che citerei è il contestatissimo e sottovalutato "34.788% ... Complete", disco che sperimentava liberamente nuove soluzioni andandole a pescare addirittura dall'elettronica, e che celava tante cose interessanti "tra le note"; ma potrei citare anche un capitolo come "Songs Of Darkness, Worlds Of Light", inaspettatamente cupo e malvagio e per questo motivo tremendamente affascinante, se confrontato con il classico sapore melodico e malinconico che conosciamo da dischi seppur di alto valore come "The Angel And The Dark River" o "Like Gods Of The Sun". Ci pensa però "Evinta" a guadagnarsi la palma di disco più particolare finora prodotto dalla Sposa Morente: per celebrare il proprio ventennio di attività, infatti, i musicisti britannici hanno deciso di comporre un doppio album completamente privo di growl, batteria e chitarre distorte, e popolato solo da archi, tastiere, cori, pianoforte, organo e dalla lamentevole voce di Aaron Stainthorpe, affiancata per l'occasione al talentuoso soprano francese Lucie Roche. Ma non finisce qui: il materiale contenuto in questo doppio album, infatti, è in parte una riedizione di materiale già presente nei vecchi dischi, omaggiato tramite le melodie che hanno reso immortale la band, le quali fanno saltuariamente capolino all'interno di brani che comunque possono definirsi inediti. Un tributo a sè stessi, una celebrazione delle proprie capacità di arrangiatori e un regalo ai fan: "Evinta" può essere visto sotto tutti questi tre aspetti.

Due dischi per un totale di un'ora e mezza di musica (se avete acquistato la versione limitata, c'è perfino un terzo disco bonus, sul quale però non mi dilungo, non avendolo ascoltato a sufficienza). Potrebbe sembrare un'impresa titanica ascoltarli tutti di fila, anche perché di metal qui non c'è assolutamente l'ombra e un fan storico potrebbe rimanere interdetto da un tale cambiamento di rotta, anche se si tratta di un capitolo isolato. "Evinta" si destreggia infatti tra atmosfere ariose ed estremamente dilatate, tra melodie a sviluppo lento pennellate da strumenti che mantengono un certo distacco gli uni dagli altri, andando a creare un'atmosfera molto rarefatta e sognante. La definizione di musica orchestrale o sinfonica, qui, è fuori luogo: gli strumenti spesso suonano uno per volta, e predomina il minimalismo, spesso portato all'estremo con note singole di pianoforte o di violino che galleggiano su uno sfondo vuoto, ma non per questo privo di vibrazioni di energia. La voce maschile è poco più che un accompagnamento, spesso parlato, che interviene con piccole pennellate qua e là; la voce femminile è molto più preponderante, forte di una grande drammaticità ed espressività, le doti che si richiedono ad un soprano. Echi di brani storici come "A Kiss To Remember" e "For My Fallen Angel" giungono come inaspettati e piacevolissime sorprese, non di rado emozionanti, all'interno di brani sempre ben costruiti, accomodanti e rilassanti nel loro fluire etereo, ma che sanno risvegliarsi anche per sezioni maestose e solenni, oppure epiche, un ottimo esempio delle quali è l'introduttiva "In Your Dark Pavillon", o la bellissima "The Distance, Busy With Shadows" (mirabile l'intreccio tra pianoforte e archi arrembanti) così come la spettacolare "And Then You Go", dove il soprano regala momenti di altissima emozione, nonchè una dimostrazione delle proprie capacità.

Il disco è abbastanza prolisso e forse un pochettino dispersivo, ma mostra comunque un filo conduttore interno che lo diversifica e caratterizza: ad esempio, il primo disco è più improntato alla melodia e alla raffinatezza compositiva, così come mostra un lato più cupo ("You Are Not The One Who Loves Me" e il suo pianoforte tenebroso), mentre il secondo disco incorpora più influenze ambient, calcando molto di più la mano sulla pura atmosfera (ascoltate per esempio la conclusiva e celestiale opera magna intitolata "A Hand Of Awful Rewards"). Una volta assimilato tutto il materiale presente, che non è poco, risulteranno più evidenti i cambi di rotta interni e il disco stesso diventerà meno ostico e più fruibile, fermo restando che è un disco estremamente concettuale e che va ascoltato solamente quando le condizioni ambientali, per così dire, lo consentono. Bisogna ascoltarlo molte volte, e con la giusta dedizione, passando sopra all'iniziale smarrimento, per apprezzare finalmente la bellezza di questo monumento musicale, che rifacendosi ai grandi classici dei My Dying Bride ma rivestendoli di una pelle completamente nuova e incastrandoli in nuove e vibranti composizioni rappresenta forse il disco più coraggioso e interessante mai partorito dal gruppo. I Dark Sanctuary incontrano i My Dying Bride, fondendosi assieme: mai un matrimonio fu più azzeccato.

CD 1

01 - In Your Dark Pavillon (10:03)
02 - You Are Not The One Who Loves Me (6:47)
03 - Of Lilies Bent With Tears (7:10)
04 - The Distance, Busy With Shadows (10:46)
05 - Of Sorry Eyes In March (10:34)

CD 2

01 - Vanitè Triomphante (12:21)
02 - That Dress And Summer Skin (9:38)
03 - And Then You Go (9:22)
04 - A Hand Of Handful Rewards (10:21)

martedì 23 aprile 2013

Progenie Terrestre Pura - U.M.A.

Avantgarde Music, 2013
Erano stati una delle più interessanti realtà di underground metal italiano che mi fosse capitato di scoprire; inutile dire che, nel momento in cui mi hanno ricontattato per informarmi che il loro primo full length era in fase di pubblicazione, non ho potuto trattenere la curiosità e sono andato immediatamente ad ascoltarmelo, sapendo che avrei trovato la continuazione ideale di quell'eccellente Promo che il duo veneto propose nel 2011. Questa volta, i due "collisori mentali" Eon [0] e Nex [1] ritornano con un album fatto e finito, dalla copertina affascinante e futuristica, e dai contenuti musicali che a scanso di equivoci definirò subito con una parola unica: eccellenti. Anzi, eccellenti oltre ogni limite, talmente eccellenti da risultare quasi inconcepibili. Non sto esagerando, fidatevi.

Strutturalmente, il disco si compone di cinque tracce, tutte molto lunghe e delle quali solo tre sono inedite, mentre due sono semplicemente una nuova registrazione delle tracce già presenti sulla demo. I pochi fortunati che avevano ascoltato tale demo sono rimasti impressionati da un modo alquanto originale e personale di concepire il black metal, che non si limitava semplicemente a contaminarsi con sottogeneri come l'ambient, l'industrial e l'elettronica, ma che vedeva questi diversi aspetti musicali compenetrarsi perfettamente in una cosa sola, quasi come se fosse stato creato un nuovo genere musicale. La volontà della band di esplorare i confini della musica e di creare qualcosa di nuovo, come traspare dal loro comunicato ufficiale di presentazione, è assolutamente genuina, ma soprattutto ha trovato uno sbocco concreto, cosa che non capita spesso in un mondo musicale sempre più inflazionato e difficile da sondare nei suoi aspetti ancora celati. I cinque brani infatti assomiglianoa viaggi nel tempo, a divagazioni cosmiche e a riflessioni iperuraniche, più che a meri e semplici brani musicali; la potenza inarrestabile dei fiumi di chitarre distorte richiama un infinito viaggio nelle profondità spaziali, mentre l'eccellente gusto sonoro degli arrangiamenti di tastiera e di campionature elettroniche fa il resto, conferendo alla musica un carattere talvolta sognante, talvolta graffiante, talvolta ancora misterioso. Creatività allo stato puro, ottima tecnica, ottime idee, suoni meravigliosi, mille sfumature diverse a stimolare i sensi e l'anima in maniera ogni volta differente: come biglietto da visita, per essere degli esordienti, è a dir poco impressionante.

Un track by track, in questo caso, semplificherà le idee a chi si ritrovi disorientato da una proposta tanto eclettica. Si inizia con "Progenie Terrestre Pura", uno dei due brani già presenti nella demo, allora come adesso scelto per aprire le danze; ed è subito stupore, tra tremolo picking nervosi che viaggiano assieme a tastiere liquide e fluttuanti, tra ritmiche che improvvisamente accelerano diventando spaccaossa, tra voci filtrate e allucinogene che mimano un perfetto viaggio nei meandri di qualche droga sintetica. Produzione e qualità sonora eccellenti, ricorrenti sapori post rock, psichedelia a tonnellate, maniacale cura dei dettagli e delle sfumature più minime, e il primo capolavoro è già servito. Ma è con la successiva "Sovrarobotizzazione", il primo dei brani inediti, che le danze si fanno veramente distruttive: un'atmosfera da terrore metropolitano pervade questo brano indiavolato, ruggente, ritmicamente imprevedibile e contorto, sempre in bilico tra furia cieca e sapienti pennellate melodiche, mentre le tastiere per l'appunto "robotiche" arricchiscono la musica in una maniera che mi riesce perfino difficile descrivere, tanto sono perfette e geometricamente ineccepibili. Talmente trascinante è questo brano, che pare di trovarsi sulle montagne russe, in mezzo ad avvitamenti vorticosi e a discese violentissime, di quelle che fanno salire il cuore in gola. Notevole è la scelta, iniziata nel 2011 e mantenuta anche adesso, di non cantare nè in growl nè in scream, ma semplicemente con una voce tombale e sussurrata, sempre in secondo piano rispetto agli strumenti, e che si affianca tavolta ad un pulito etereo; uno stile vocale che non fa che sottolineare l'atmosfera "aliena" e siderale, dando un perfetto senso al titolo dell'album: "U.M.A.", vale a dire "Uomini, Macchine, Anime". Un triplice ossimoro di termini che si sposano alla perfezione con la musica nella loro improbabile unione.

Dopo i tredici parossistici minuti di "Sovrarobotizzazione", le carte in tavola si rimescolano con la suggestiva strumentale "La Terra Rossa Di Marte", nella quale diventano protagoniste le atmosfere industrial / ambient; chitarre questa volta assenti lasciano piena libertà di espressione alle tastiere, abili contorsioniste e cangianti conduttrici della scena, come sempre di stampo alieno - futuristico e, perchè no, un po' distopico. Senza dimenticare la batteria, estremamente fantasiosa, in grado di fare la differenza tra un buon brano e un brano eccellente. Episodio relativamente breve, ma tutt'altro che insignificante nell'economia del disco, dato che funge da ponte di passaggio verso le tracce che più mostreranno la vena creativa dei Progenie Terrestre Pura. Arriva quindi "Droni", che parte malinconica, seguendo la strada tracciata dal precedente brano, mentre le chitarre piano piano riprendono vita e tornano ad avvolgere i sensi, ributtandoci indietro nel vortice diabolico. Bellissimi gli accostamenti tra voce lisergica, campionature noise e tra una melodia semplice ma toccante; quando poi riparte la paranoia, non ce n'è più per nessuno. Confusione e marasma di una lucidità spaventosa, tutto concentrato assieme in un battito schizofrenico di tamburi, in un'orgia di crash e ride nonchè in un riffing isterico, ma che non dimentica mai di mantenere il senso melodico, facilmente percepibile tra le note, in particolare nei rari momenti di relativa quiete, dove si recupera un barlume di umanità in mezzo a tanta alienazione. Mette quasi i brividi la capacità degli strumenti di unirsi assieme quasi come se fossero uno solo, senza la minima sbavatura e con una coesione perfetta tra i suoni e gli intenti, cosa che solo i professionisti veri riescono a fare, magari dopo cinque o sei album come rodaggio. Questi invece ci riescono, e con scioltezza, già dal debutto: traete voi le conclusioni. E per finire, "Sinapsi Divelte" (l'altro brano già presente sulla demo) chiude il disco ancora una volta in maniera magistrale, lasciando un po' più di spazio alle sonorità post rock, all'atmosfera cupa e per certi versi epica (l'introduzione è semplicemente da brividi), alla voce pulita, ai riff catchy ... ma non dimenticando di picchiare duro quando serve, nè più nè meno. 

Nel momento in cui chiudevo la recensione del "Promo 2011", avevo detto che se le premesse erano quelle, c'era da aspettarsi un grande disco. Così è stato, e posso dire con orgoglio che non avevo dubbi, questa band ha classe da vendere ed è riuscita a creare qualcosa di estremamente interessante, originale e personale. Nell'obbligare moralmente tutti voi ad iniziare a conoscere i Progenie Terrestre Pura, mi auguro solo che questo inizio di carriera non si spenga in breve tempo, ma che invece il duo continui a lungo il proprio percorso artistico, perché niente è più triste di un talento che non viene coltivato come dovrebbe, specie se si tratta di un talento sfolgorante come questo. Ma lasciando perdere questa considerazione di carattere filosofico ... diamine, hanno partorito un capolavoro di proporzioni colossali, c'è bisogno di aggiungere altro? Procuratevelo e basta, si tratta senza ombra di dubbio di uno dei dischi più incredibili partoriti nell'ultimo ventennio metal.

01 - Progenie Terrestre Pura (10:17)
02 - Sovrarobotizzazione (13:00)
03 - La Terra Rossa Di Marte (7:13)
04 - Droni (9:48)
05 - Sinapsi Divelte (11:03)

martedì 9 aprile 2013

Australasia - "Sin4atr4"

Golden Morning Sounds, 2012
Fa sempre piacere ascoltare un buon disco di una band esordiente, specialmente quando la band in questione è tutta italiana. Ne ho sentiti diversi, di dischi come questo, e gli Australasia si inseriscono in un filone molto fortunato, che ultimamente ha spopolato: quello del post rock strumentale, tutto basato su atmosfere fluide e mutevoli, tese a creare un substrato rilassante nel quale immergersi per una mezz'oretta senza pensieri nè preoccupazioni. 

Pescando un po' dallo shoegaze, un po' dalla scuola melodeath e mettendoci un pizzico di fantasia propria, questo duo nascente assembla un extended play molto piacevole, scorrevole e abbastanza coinvolgente, nel quale la voce (femminile) compare solo come sporadico intervento ed è usata come uno strumento musicale, omettendo parole e testi che in questo contesto non sono necessari. Tra chiaroscuri interessanti, melodie accattivanti e sprazzi aggressivi, nonché un pizzico di elettronica, le sette tracce costituiscono ciascuna parte di un insieme organico, che ha senso solo se viene ascoltato tutto di fila, con l'intento di gustarsi ogni singola nota e ogni singolo passaggio senza dedicare troppa attenzione a nessuno di essi. Come potrebbe essere un viaggio in treno o in automobile, nel quale si osserva dal finestrino un paesaggio che cambia in continuazione, stupendosi di ogni cambiamento e godendo di ogni dettaglio interessante che appare alla vista, ma senza poterlo fissare nei ricordi in modo permanente, data la velocità con cui si attraversa lo scenario. Nei suoi ventidue minuti, "Sin4tr4" dà proprio l'impressione di essere un breve viaggio in una terra multicolore, nella quale passare senza quasi lasciare traccia, ma conservandone un buon ricordo. Non si può infatti dire che i brani contenuti in questo esordio siano memorabili o particolarmente creativi, ma si tratta di musica assolutamente godibile e che, come biglietto da visita iniziale, lascia intravedere ottime possibilità, soprattutto se la band deciderà di investire il proprio potenziale dal lato immaginifico della musica, lavorando su arrangiamenti e su intarsi strumentali che qui sono solo accennati, ma che potrebbero essere sviluppati in maniera decisamente pregevole.

Per emergere in un genere che ormai sta diventando abbastanza inflazionato, servono idee interessanti e grande bravura: continuate quindi a lavorarci sopra, e i risultati arriveranno.

01 - Antenna (2:56)
02 - Spine (4:23)
03 - Apnea (2:38)
04 - Scenario (2:26)
05 - Satellite (2:53)
06 - Retina (3:06)
07 - Fragile (3:55)

venerdì 5 aprile 2013

Alley - "Amphibious"

BadMoodMan Records, 2013
Ammettiamolo: la copertina del secondo disco degli Alley è talmente brutta che si fa fatica a guardarla, ed è solo per coerenza che includo l'immagine in questa recensione, altrimenti avrei tranquillamente evitato. Quel faccione verdastro immusonito, dai capelli in stile alghe sott'olio e con quell'improbabile sfondo di stelline luminose da cartone animato giapponese, gli Alley se lo potevano proprio risparmiare, anche perchè è risaputo che la copertina incide molto su quello che sarà il giudizio finale dell'ascoltatore, il quale oltre alle orecchie per ascoltare è dotato anche di occhi per vedere e di un cervello per associare inconsciamente musica e immagini. Quello che non si può dire, invece, è che la musica contenuta dietro una tale bruttura sia brutta anch'essa: la band russa è infatti tornata alla carica con altri settanta minuti di musica che non mancheranno di sfamare l'insaziabile appetito di chi costantemente esplora l'underground in cerca di band interessanti da scoprire.

Ricordate il debutto "The Weed", uscito nel 2008? Chi ha ascoltato quell'album non può non avere presente come gli Alley si rifacessero ai maestri Opeth, praticamente copiandoli in tutto e per tutto: la voce growl era uguale, le sporadiche clean vocals erano praticamente identiche sia nello stile sia nel timbro, il suono roccioso e aggressivo delle chitarre era anch'esso molto simile, il riffing era della stessa identica natura, così come lo erano le strutture spiccatamente progressive death, che lasciavano spazio anche a momenti riflessivi dominati dalla chitarra acustica, dopo aver spinto sui distorsori per minuti e minuti. Elementi distintivi propri, nel sound degli Alley, erano praticamente inesistenti, e quel disco spaccò in due gli scandagliatori dell'underground che lo acquistarono. C'era chi apprezzava la loro dedizione alla storica band svedese, perdonandogli una grande derivatività in nome di una resa sonora impeccabile e di un'indubbia abilità che è necessaria anche solo per suonare come la pallida copia di Akerfeldt e soci; e c'era invece chi invece bocciava senza mezzi termini la loro proposta, bollandoli come cloni senza il minimo guizzo di originalità, perlopiù aridi come pietre. Probabilmente avevano ragione entrambi: la band suonava un progressive death corposo ed elaborato, forte di una tecnica sicuramente ottima e di un lodevole intento compositivo, ma non creava praticamente nulla di personale, limitandosi a ricalcare uno stile altrui, e peraltro lo stile non di una band poco conosciuta, ma di un gruppo fenomenale e conosciutissimo come gli Opeth, cosa che li espose a non poche critiche. Inoltre, anche se "The Weed" era sicuramente un buon disco, piacevole da ascoltare e riascoltare, mancava quasi totalmente della devastante carica emotiva e animalesca degli Opeth, come a sottolineare che i maestri sono unici e inimitabili, e che una minestra riscaldata non potrà mai in alcun modo eguagliare l'originale.

Dunque, con questo "Amphibious", cosa è cambiato? A caldo direi: non moltissimo, ma sicuramente qualcosa. Tutti gli elementi che componevano "The Weed" sono rimasti invariati, non si sono aggiunti nuovi strumenti nè nuove sonorità, ma stavolta non ci troviamo di fronte ad una raccolta di B-side degli Opeth; è innegabile che gli Alley in quest'occasione abbiano cercato di differenziare la loro proposta e di ampliare i propri orizzonti. Il trucco è in questo caso è lavorare sui dettagli: a fronte di un impianto sonoro ancora molto Opethiano, sono numerosi i punti in cui la band si distacca dai canoni degli svedesi e tenta di prendere strade ancora non battute. I chilometrici brani, dalle strutture sempre complesse e articolate, si snodano tra sezioni che rallentano oltre i limiti di guardia così come accelerano oltre misura, sconfinando nello sporadico blast beat; la voce pulita, sempre sognante e carica di mistero come nei migliori dischi degli Opeth, acquista talvolta un carattere più etereo, meno legato all'idea di linea melodica e più simile ad un elemento che accompagna il fluire strumentale; le sezioni melodiche prive di distorsioni vedono come protagoniste delle chitarre che esplorano terreni di improvvisazione, con raffinati arzigogoli che paiono pescare un pochettino dal jazz. Il riffing di chitarra, sempre molto vario, perde un po' della freddezza meccanica che affliggeva in parte "The Weed" e diventa più intenso, coinvolgente, multistratificato: "Amphibious" ha dalla sua alcuni passaggi davvero da capogiro, che nel precedente album si stentava a trovare. Si intensifica la durezza e la severità delle atmosfere, i consueti giri di accordi obliqui tengono costantemente i brani sospesi in una condizione di dubbio, le dissonanze diventano crude e stridenti, le ritmiche si mostrano più eclettiche, i rari momenti di pura emozionalità e di positività risaltano notevolmente in rapporto alla continua ricerca di sonorità ruvide e atmosfere plumbee (emblematiche sono alcune brevi parti melodiche nella conclusiva "Washed Away", insolitamente solari). Talvolta si vivono momenti di impazzimento e panico: ascoltate l'introduzione di "Skull & Bones" (che tuttavia nel finale sfoggia un assolo insospettabilmente sereno!), o il riff iniziale di "Amphibious", seriamente da capogiro: ciò dovrebbe bastare per affermare con certezza che gli Alley sono migliorati in modo tangibile. In sostanza, quello che rende questo disco più maturo e interessante è quel minimo di sperimentazione aggiunta e qualche guizzo di dinamismo compositivo in più, il quale fa la differenza. Si tratta sempre di sfumature, perchè comunque l'album non si discosta in maniera netta da "The Weed" in quanto a stile generale, ma i cambiamenti introdotti sono comunque sufficienti per togliere dagli Alley l'etichetta di gemelli brutti degli Opeth, ponendo le basi per quella che potrebbe essere un'evoluzione futura ricca di sorprese. I sei brani di "Amphibious", tutti molto simili tra loro e quindi considerabili come un unico lungo brano, non sono dei ricettacoli di emozione nè dei brani sbalorditivi (qualche lungaggine di troppo appare anche stavolta), ma gli Alley sono comunque musicisti di qualità che stanno pian piano riuscendo ad emergere dall'anonimato e a scrollarsi di dosso un'etichetta sgradevole, che rappresenta un po' la loro croce  e delizia (in fondo, chi non avrebbe piacere ad essere nominato a fianco degli Opeth, nel bene e nel male?). C'è da dire che si sono evoluti piuttosto lentamente, considerando che tra "The Weed" e questo "Amphibious" sono passati ben cinque anni; se la band vuole definitivamente emergere, il prossimo disco dovrà essere quello decisivo, e soprattutto non dovrà metterci un altro lustro a uscire.

Nonostante la lunghezza pachidermica, il disco si ascolta volentieri e tiene sufficientemente lontano lo spettro della noia, per cui il mio giudizio è sostanzialmente positivo, se non altro per il tentativo che ha mostrato di distaccarsi dalla derivatività del debutto. Nessuno riterrà gli Alley dei musicisti irrinunciabili, e nessuno si strapperà i capelli se non riuscirà a procurarsi "Amphibious", ma più o meno tutti saranno d'accordo nell'affermare che si tratta di un buon disco, riservato comunque a palati fini, a chi gode nell'avventurarsi in trame musicali ostiche, tutte da scoprire. Attendiamo comunque la definitiva maturazione della band e l'affermazione della loro vera personalità: "Amphibious" è un iniziale ed importante passo avanti in quella direzione, ma il cammino deve proseguire. E speriamo che per il prossimo disco scelgano una copertina più decente...

01 - Lighthouse (15:21)
02 - Weather Report (12:00)
03 - Amphibious (13:08)
04 - Skulls & Bones (7:42)
05 - Time Signal (13:07)
06 - Washed Away (8:03)

lunedì 11 marzo 2013

The Howling Void - "Runa"

Autoprodotto, 2013
Lo scopo degli extended play, normalmente, è quello di introdurre novità nel proprio sound e di sottoporle al pubblico per vedere com'è la reazione del medesimo. Se il pubblico apprezza, generalmente si continua su quella via: se invece si mostra per la maggior parte perplesso, si potrà sempre dire che "era solo un esperimento", tornando poi ai propri canoni oppure tentando altre strade. L'americano Ryan e i suoi The Howling Void, con quest'ultima piccola release, esprimono alla perfezione questo concetto proponendo una musica che non mancherà di stupire sommamente tutti coloro che finora hanno apprezzato il funeral doom arioso, sinfonico e maestoso della band. Dirò di più: personalmente trovo difficile che qualcuno, perfino tra i fan storici della band, rimarrà deluso da un dischetto di indubbia qualità come "Runa".

La storia di questo piccolo album, per ora disponibile solamente in streaming ma in dirittura d'arrivo per la Solitude Productions, è abbastanza travagliata: più volte Ryan ha distrutto e ricostruito i propri intenti e le proprie partiture, in manifesta crisi d'ispirazione, fino a quando la musa si è rifatta viva e si è concretizzata nei due brani che compongono "Runa". La svolta preannunciata sarebbe stata quella di contaminare il funeral doom con la musica folk (avete capito bene!), e per quanto possa sembrare strano, pare che il nostro artista ce l'abbia fatta, anche se il suo concetto di musica folk è indubbiamente molto personale, certamente lontano da quello che è il folk tradizionale. "Runa" si discosta significativamente da tutte le produzioni targate The Howling Void, accentuando la vena epica che per certi versi li accosta addirittura ai Moonsorrow (ecco dove sta la svolta "folk"!), e inanellando una serie impressionante di differenze con i precedenti dischi: sparisce completamente il growl catacombale in favore di brani cantati in pulito da una voce sognante, sovente seminascosta tra l'impetuoso fiume strumentale; i ritmi accelerano e i brani diventano delle possenti e inarrestabili cavalcate, che trascinano volenti o nolenti in un vortice di energia pura; le atmosfere diventano ancora più sontuose e avvolgenti, le melodie e le tastiere di accompagnamento richiamano scenari leggendari e antichi, basandosi su storie tratte dalla mitologia norrena (entrambi i brani fanno riferimento al mitico Yggdrasil, il millenario Albero della Vita). Dimenticatevi quindi l'oscura compagine del debutto "Megaliths Of The Abyss", così come della cosmica epopea di "Shadows Over The Cosmos", e dimenticatevi soprattutto della svolta vagamente horror dell'ultimo "The Womb Beyond The World": se Ryan aveva in mente di cambiare le coordinate e di stupire i propri fan, mantenendo comunque il proprio marchio di fabbrica, ci è riuscito pienamente. Per quanto "Runa" si discosti dai lavori precedenti, infatti, mantiene sempre quel timbro "Made In The Howling Void" che non tradisce mai: le strutture ridondanti e ipnotiche, la semplice efficacia delle linee melodiche, l'ottimo utilizzo della gamma di suoni ed effetti (tremoli, sovraincisioni, in questo caso addirittura la doppia cassa...) che, opportunamente sfruttati, costituiscono da sempre uno dei principali punti di forza del gruppo. L'ossatura è rimasta la stessa, ma si è rivestita di una pelle completamente nuova.

Chi ha sempre criticato i The Howling Void per la loro staticità compositiva, qui dovrà ricredersi: nonostante anche stavolta non si tratti di musica trascendentale, è talmente ben fatta che non riconoscerlo sarebbe un delitto. Ma oltre ad essere ben fatta, è anche coraggiosa, esaltante nella sua freschezza e nella sua ventata di novità. Certamente, si tratta di soli diciassette minuti di musica, quindi non posso formulare giudizi di particolare importanza su un dischetto così breve: per giudicare in modo maturo la nuova direzione della band dovremo aspettare il prossimo album in studio, che sarà una prova del nove. Ma  la curiosità a questo punto non può che essere elevata, viste le ottime premesse. Per ora godiamoci questo succulento bocconcino, un goloso antipasto per un futuro che sono sicuro ci riserverà ancora abbondanti e genuine emozioni.

01 - Irminsûl (10:15)
02 - Nine Nights (7:24)

mercoledì 6 marzo 2013

October Falls - "Tuoni"

Autoprodotto, 2003
Distorsioni e ritmiche potenti, nonostante il loro immenso fascino, ogni tanto stancano. In certi momenti si sente l'esigenza di un disco che non impatti sulle nostre anime con violenza, ma che ci culli semplicemente in un vellutato abbraccio di note semplici e delicate, che scivolano via carezzevoli e tranquille. Un dischetto come questo "Tuoni", primo vagito discografico dei finlandesi October Falls, è perfetto per questo genere di momenti: con il suo tripudio acustico è un disco che prende per mano e conduce in un pianeggiante sentiero boschivo, dove regna il silenzio e la pace.

Pochissimi elementi, nessun tipo di cantato, strumentazione interamente acustica per tutti i suoi ventiquattro minuti; "Tuoni" è tutto qui. Nei suoi solchi vive solo un'onnipresente chitarra acustica, talvolta accompagnata da un rado pianoforte e da qualche pennellata di flauti e archi, strumenti centellinati al punto da renderli quasi ininfluenti sul risultato finale. Ciò che offre questo breve viaggio silvestre è una continua cascata di note di chitarra gentili e pacate, quasi ipnotiche nel loro continuo fluire, note che hanno come unico scopo quello di mettere in contatto con l'elemento naturale per qualche decina di minuti. Bellissimo, direte? State già pregustando un nuovo capolavoro sulla scia di quel che fu l'immenso "Kveldssanger" degli Ulver? In tal caso frenate un pochettino, perché non stiamo parlando esattamente della stessa cosa. Per quanto "Tuoni" sia un disco piacevole da ascoltare e anche da riascoltare nel momento in cui si sente il bisogno di far riposare un po' le orecchie e la psiche, è un dischetto abbastanza monotono e poco diversificato al suo interno, con questa chitarra che non smette mai di arpeggiare senza variare nè il timbro, nè la velocità, nè l'intensità del suono. Pochissime variazioni degli accordi principali, pochissimi guizzi melodici, in sostanza poco contenuto musicale in senso stretto. Solo tanta atmosfera e tante note fini a sè stesse, che raggiungono il loro scopo di avvolgere e cullare ma non sono quasi mai strutturate con un senso logico o con una precisa finalità d'intenti.

"Tuoni" è un ottimo disco da usare come sottofondo, magari mentre si passeggia nel bosco per rilassare l'anima dopo una giornata faticosa, ma se messo a nudo non offre nulla di indimenticabile, solo un suadente substrato malinconico e introspettivo che può accompagnare circostanze particolari, ma che non possiede alcun elemento che lo faccia brillare di luce propria. Tant'è vero che, una volta finito, si può notare come il disco ci abbia fatto passare dei piacevoli momenti, ma in sostanza non ci abbia lasciato dentro nulla di duraturo. Non è una colpa, è solo una naturale conseguenza della sua fattura: sappiate che questo disco è in grado di offrire solo questo, e in base a ciò fate la vostra scelta se acquistarlo o meno. In ogni caso, serve al suo scopo.

01 - The Quiet Shores (3:14)
02 - Usher (1:59)
03 - Tuoni (2:59)
04 - Harvest (1:46)
05 - Reefs (3:04)
06 - The Last Drift (2:28)
07 - As The Mist Unfolds (3:55)
08 - Epitaph (5:05)

domenica 24 febbraio 2013

21 Gramms - "Water - Membrane"

Greytone, 2011
L'isolamento è la chiave di tutto. Quando si è isolati dal mondo, senza possibilità di comunicare con nessuno, i pensieri cambiano. Le sensazioni cambiano, le percezioni cambiano: in poche parole, cambia tutto, si diventa qualcos'altro, il mondo non appare più quello che credevamo. Si giunge all'alienazione, e con buona probabilità alla pazzia. L'isolamento, quello vero, produce quest'effetto ineluttabile che nessuno si augura di provare mai. Questa straniante condizione psicologica è ciò che i russi 21 Gramms si propongono di studiare e di esprimere con il loro "Water - Membrane": un disco minimalista, asciutto, estremamente ostico e concettuale, riservato a quella stretta fascia di persone che con la loro particolare sensibilità personale possono arrivare a immedesimarsi in una musica così particolare.

Giocando su un impianto sonoro squisitamente tendente al drone - ambient, la band crea scenari sonori da brivido grazie all'uso di tastiere estremamente rarefatte, dal suono a tratti disturbante e a tratti onirico, con qualche parentesi di rilassamento che tuttavia non abbandona mai un senso di tensione e di angoscia. Le percussioni sono rare come l'acqua nel deserto, la vocalità è assente se non fosse per alcune tremebonde sequenze di parlato, ed è difficile ravvisare una linea melodica portante in brani che spesso e volentieri si perdono in interminabili annegamenti sotterranei di psichedelia e marciume esistenziale inespresso (magistrali sono in questo senso le due "God" e "Voice"). Nell'estremo minimalismo dell'opera, tanto spinto da risultare quasi disarmante, sono i dettagli a rimanere maggiormente impressi, come potrebbero suscitare l'attenzione alcuni massi isolati in una sconfinata distesa di sale. Questi dettagli possono essere delle note isolate di pianoforte, spostate nel registro iperacuto e ripetute istericamente come se fossero suonate da un malato compulsivo che si siede davanti allo strumento e lo percuote in preda allo stato catatonico ("Hostel"); oppure possono essere le brevi parentesi di pura malinconia e commozione, che tuttavia rimangono solo degli squarci isolati in un panorama costantemente desolante ("Nostalgia"); o ancora, possono essere le note liquide e sotterranee di "Drown", o l'inaspettata chiusura tendente all'epico di "Don't Go", ponte che conduce ad un'inaspettata quanto interessante ghost track (poteva mancare una traccia nascosta, in un lavoro criptico e misterioso come questo?). Quando il disco finisce, ammesso che il nostro stato d'animo e i nostri gusti ci abbiano permesso di arrivare fino in fondo senza interruzioni e senza perdere la testa, la sensazione di triste isolamento e di lontananza abissale da qualsiasi aspetto "umano" è palpabile.

Qui sta la forza di un disco come "Water - Membrane". Una noia mortale? Potrebbe essere. Un esperimento schizoide di una personalità antisociale e profondamente disturbata? Ancora più probabilmente sì. Ma nessuno mi può togliere dalla testa che "Water - Membrane" sia un disco che sa il fatto suo, che ha una sua precisa direzione e dei precisi intenti, e che può conquistare chi riesce a scavare abbastanza a fondo nelle profondità della propria anima malata, fino a far coincidere la musica con le proprie desolanti sensazioni che affiorano da recessi insondati. Sarà allora, magari dopo mesi di inutili tentativi, che i 21 Gramms e il loro "Water - Membrane" avranno guadagnato un posticino nella vostra mente. Consigliato a chi ha voglia di ascoltare una versione un po' particolare dei Neurosis e di tutte le band che fanno capo alle sonorità inafferrabili ed enigmatiche del drone doom e del dark ambient. In ogni caso, un'esperienza che vale la pena di provare: rischiate che qualcosa, in tutto questo apparentemente insensato vagare nell'etere, vi rimanga dentro e non vi abbandoni più.

01 - Drown (5:35)
02 - Hostel (9:41)
03 - God (11:08)
04 - Nostalgia (1:46)
05 - Voice (16:41)
06 - Don't Go (3:17)
07 - Hidden Track (7:52)

venerdì 22 febbraio 2013

Caladan Brood - "Echoes Of Battle"

Northern Silence Productions, 2013
Qualcuno doveva pur esistere, ma finora non l'avevo trovato: ma adesso finalmente ce l'ho fatta. Ho trovato una band che suona esattamente come gli austriaci Summoning. Dunque, prima di avventurarvi nella recensione di questo disco, dovete chiedervi se conoscete i Summoning. Se la risposta è affermativa, chiedetevi se i suddetti vi piacciono. Se la risposta è ancora affermativa, non perdete tempo a leggere quanto segue, e affrettatevi a comprare questo album; se solo la prima risposta è affermativa, ma la seconda no, allora pensateci molto bene prima di spendere i vostri soldi; se invece anche la prima risposta è negativa, allora prendetevi cinque minuti e continuate a leggere la recensione.

I Caladan Brood sono un duo proveniente da Salt Lake City, e che debutta con la sempre lodevole Northern Silence Productions, proponendo questo corposo discone che sfonda il muro dei settanta minuti di durata. Il loro stile è ascrivibile all'epic black, ed è contemporaneamente facile e difficile da inquadrare; facile per via del fatto che una volta ascoltati li si riconosce subito, e difficile perchè le influenze che amalgamano in un unico prodotto sono molteplici, andando dal marciume black metal fino alla lieta melodiosità del folk, e inoltre - elemento che li distingue dai già citati Summoning - passando velocemente attraverso territori melodeath ed epic nel senso più classico del termine. Se i Summoning si ispiravano prevalentemente alle opere di Tolkien e le trasponevano in musica in un modo che solo loro erano capaci di fare, i Caladan Brood fanno la stessa cosa con un'altra opera di fantasia di Steven Erikson, creando un'ambientazione che più fantasy non potrebbe essere. Partiture sinfoniche maestose e possenti, abbondante uso di tastiere e sintetizzatori che riproducono archi e fiati accanto a suoni modernissimi, sonorità black metal calate su ritmi relativamente lenti che suggeriscono un'epica marcia battagliera, alternanza di voce scream molto tirata e di melodiose linee corali pulite; la ricetta è tutta qui, ma funziona alla grande. Poco importa se le partiture sono in fin dei conti piuttosto semplici e ripetitive, o se le armonie utilizzate sono già trite e ritrite; lavori come questi si basano sul potenziale evocativo, sulla capacità di stimolare l'immaginazione e la fantasia, di trasportare mentalmente in mezzo a situazioni fantastiche e poderose. La tecnica passa logicamente in secondo piano, dando assoluta precedenza alle amalgame di suoni, alle epiche melodie e alla potenza di fuoco della sezione ritmica, dal suono rimbombante e marziale, molto simile ad un tamburo da battaglia.

Bisogna dirlo: le somiglianze con i Summoning, in particolare con gli ultimi di "Oath Bound", sono così calcate che pare quasi di ascoltare un nuovo album del celebre duo austriaco. Se non mi avessero detto che era un'altra band, avrei potuto cascarci anch'io. Ma a parte tutto, bisogna dire che i Caladan Brood hanno qualche elemento di personalità propria che non li appiattisce a meri cloni senza nervi e senza qualità. Questi sprazzi di originalità stanno più che altro nei dettagli, piccoli ma non trascurabili, come ad esempio il notevole spazio che viene dato alle sezioni corali, le quali assumono spesso ruoli da protagonista (bellissima la scelta di chiudere il disco con un coro a cappella, dopo i quattordici minuti dell'epopea di "Book Of The Fallen"); oppure al ruolo indubbiamente maggiore sostenuto dalle chitarre, che non si limitano solo ad accompagnare con accordi e riffoni statici, ma si protendono invece con interessanti assoli e riff cesellati che ricordano quasi i migliori brani degli In Flames. Questa influenza deriva anche dal fatto che uno dei membri della band, tale Jake Rogers, è lo stesso che ha messo in piedi il piccolo progetto musicale Gallowbraid, precocemente abbandonato ma molto interessante con il suo black - folk dalle tinte energiche e un po' rockeggianti; si sente molto la loro impronta serena e solare, leggermente malinconica ma al contempo felice di essere al mondo, in contrasto con la vena più ombrosa e drammatica tradizionalmente mantenuta dai maestri Summoning. Bastano queste piccole differenze per rendere un gruppo come i Caladan Brood meritevole di esistere e di essere ascoltato, nonostante la sua derivatività.

Il disco è lungo ma non stanca mai e non annoia, sempre che possediate l'attitudine giusta per calarvi nel contesto evocato dalla musica; lasciate che l'immaginazione sia libera di fluire, e le magnifiche note di "Echoes Of Battle" accompagneranno il vostro viaggio fantastico nel migliore dei modi, conducendovi sotto cascate dai riflessi dorati e materializzandovi all'improvviso in uno sterminato campo di battaglia dove due eserciti stanno per fronteggiarsi. Non c'è un brano più bello o più interessante degli altri, l'insieme è omogeneo e richiede dedizione e impegno per poterlo assimilare; ma vedrete che sarà più facile di quanto pensiate. Che l'epopea abbia inizio, tra frecce sibilanti e pire ardenti all'orizzonte...

Strap on your shields and raise your banners
Hear the call of raging battle
Beneath a hail of burning arrows
Push ever forward, never surrender
Siege weapons tolling out like thunder
Ripping the city walls asunder
Columns of flame reach ever skyward
Horizons filled with burning pyres...

01 - City Of Azure Fire (10:09)
02 - Echoes Of Battle (9:21)
03 - Wild Autumn Wind (13:46)
04 - To Walk The Ashes Of Dead Empires (13:12)
05 - A Voice Born Of Stone And Dust (9:50)
06 - Book Of The Fallen (14:55)

martedì 19 febbraio 2013

Fen - "Dustwalker"

Code666 Records, 2013
Una volta lessi una frase da parte di una persona che commentava una recensione di un disco. Essa recitava "Ma è mai possibile che tutti i dischi metal siano capolavori?". Si riferiva, in maniera ironica, al fatto che spesso i recensori tendono ad esagerare un po' con le lodi, dipingendo quasi ogni disco come un capolavoro, anche e soprattutto dischi che capolavori non sono affatto. Si va dalle ciofeche totali agli ottimi dischi, ma non bisogna confondere gli "ottimi dischi" con i capolavori: questa parola così impegnativa è riservata a quei rari affreschi musicali che sono destinati a influenzare intere schiere di band emergenti, e che con tutta probabilità rimarranno infissi negli annali della musica, perlomeno quella di genere. Tutta questa premessa per dire che "Dustwalker" fa sicuramente parte di questa schiera di dischi: passionali, intensi, pregni di contenuti ma senza potersi forgiare del titolo di massime opere musicali. Sarebbe assurdo, infatti, dire che "Dustwalker" è un disco destinato a riscrivere la storia della musica; ma sarebbe altrettanto impietoso non riconoscere il suo eccellente livello qualitativo e la sua fenomenale capacità di coinvolgere l'ascoltatore e di trasportarlo in paesaggi desolati e solitari. E dopo questa lunga e forse inutile premessa, che però sentivo di dover fare in quanto da troppo tempo avrei voluto toccare l'argomento e scriverci due righe, passiamo ad analizzare il disco medesimo.

I dischi dei Fen, a partire dal primo EP "Ancient Sorrow" per arrivare ad oggi, hanno sempre mantenuto livelli sopraffini, capaci di fondere elegantemente la suggestività del post rock e del neofolk con la cruda aggressività del black metal, addolcita qua e là da elementi melodici e atmosferici di grande classe. Un cocktail che ultimamente va per la maggiore, ma che solo poche band sono in grado di padroneggiare con sicurezza, senza scadere nel già sentito e nel banale, cosa che con il passare degli anni è sempre più facile. I Fen, tuttavia, non sono dei novellini e sono sicuramente una delle band che riesce meglio in questo non facile compito: con "Dustwalker", il loro terzo album in studio ad oggi, non fanno altro che riconfermare la propria indiscutibile classe compositiva ed esecutiva, non dimenticando nemmeno di aggiungere qualche tenue elemento di novità che contribuisce a non fossilizzare il sound. Mescolando la crepuscolare rugosità di "Ancient Sorrow", la malinconia autunnale di "The Malediction Fields" e la finissima dolcezza melodica di "Epoch", il gruppo assembla un disco che non mancherà di spiazzare i fan storici, poiché se da una parte è indiscutibilmente un album al 100% "made in Fen", dall'altra è un qualcosa di nuovo, di meno immediato, di più inafferrabile e variegato nei suoi accentuati chiaroscuri.  In diversi casi, la componente black si separa in maniera quasi netta dall'atmosfera shoegaze - folk che aveva fatto la fortuna dei precedenti album, creando scenari pressoché inediti: la violenza smisurata che ci investe fin dalle primissime battute di "Consequence" (mai abbiamo sentito i Fen suonare così cattivi, con un basso così stupendamente prepotente e una voce velenosissima!) si accosta alle tenui soffusioni melodiche di "Spectre" con assoluta naturalezza, una naturalezza che inizialmente non viene colta per via dell'intrinseca nebulosità dell'album, ma che piano piano emerge come una perfetta riprova dell'abilità della band. Ciò appare in modo particolare nei brani che amalgamano le due anime dei Fen, e che sono anche i brani più facili da assimilare, come per esempio "Hands Of Dust" e la monumentale chiusura "Walking The Crowpath": brani che faranno la gioia dei vecchi fan, i quali ritroveranno tutto ciò che hanno amato nei dischi passati. La novità sta invece nella libertà con cui la band si permette di sperimentare, di sbilanciarsi ora verso l'atmosfera ora verso la durezza, riuscendo ottimamente in entrambi gli stili e forgiandosi con dei miglioramenti evidenti sotto l'aspetto tecnico, in particolare per quanto riguarda la voce di The Watcher, mai come in questo caso capace di essere graffiante ed ispirato nello scream, e altresì dolce e ammaliante nel clean. In ogni caso, anche se l'attitudine generale si è leggermente spostata verso l'aggressività e i suoni e le atmosfere sono diventati un po' più pesanti che in passato (mantenendo sempre la produzione volutamente impastata e low - fi che ha fatto a mio avviso la fortuna della band), non ci sono particolari idee rivoluzionarie all'orizzonte. I Fen si muovono bene o male sugli stessi terreni battuti in precedenza: il seme del cambiamento è solo un modo diverso di intenderli, di rimescolarli tra loro così come di separarli. Cambia il modo di usarli come strumento che avvolge l'ascoltatore e lo trasporta nelle umide contrade dell'Inghilterra del nord, con le sue paludi sterminate: il risultato, ancora una volta, è degno degli obiettivi che si era preposto, ammesso che in musica si possa parlare di obiettivi da raggiungere.

Dunque, "Dustwalker" può finalmente essere descritto come il capolavoro dei Fen? A mio parere no, non è un capolavoro, o meglio, non ancora. Il gruppo ha saputo imporsi con personalità nella scena metal attuale, comparendo anche in tour con grandi band come gli Agalloch e creandosi la propria schiera di fan appassionati, grazie alla loro indubbia abilità e personalità: tuttavia sono convinto che il loro capolavoro definitivo debba ancora arrivare. Magari non riusciranno mai a produrre un disco che venga ricordato come vera e propria pietra miliare irrinunciabile, ma in fondo chi se ne importa? "The Malediction Fields", "Epoch", e adesso "Dustwalker" ... di musica per intenditori, alla ricerca di sensazioni speciali, ce n'è da vendere. "Dustwalker" è un nuovo tassello nella personale maturazione artistica dei Fen, un lavoro ancora una volta squisitamente meditativo e atmosferico, sul quale passare lunghi pomeriggi di riflessione. Per cui, non abbiate timore: compratelo pure a scatola chiusa, e lasciatevi rapire dalle sue polverose e suggestive cascate di note distorte. Ne vale la pena.

01 - Consequence (7:56)
02 - Hands Of Dust (11:39)
03 - Spectre (10:21)
04 - Reflections (1:44)
05 - Wolf Sun (7:10)
06 - The Black Sound (10:08)
07 - Walking The Crowpath (13:16)

mercoledì 6 febbraio 2013

Elderwind - "The Magic Of Nature"

Deleting Souls Records, 2012
La semplicità può essere l'arma vincente, nella musica così come nella vita: un concetto che bisognerebbe tenere sempre a mente. La musica dei russi Elderwind, composti unicamente dal tuttofare ventitreenne Persy, è espressione di semplicità pura, ma riesce a catturare lo spirito molto più di tanti mastodonti dalla complessità mostruosa ma dal poco sentimento.

Per dimostrare che non sono solo frasi ad hoc con l'unico scopo di intortare gli ignari lettori e di ricoprirli di melensaggini gratuite, vi invito ad ascoltare un pezzo come "The Magic Of Nature", la seconda traccia del CD. Già dopo i primissimi secondi, a meno che non siate persone completamente insensibili oppure del tutto disabituate a qualsiasi sonorità più aggressiva del pop rock, sentirete inevitabilmente un brivido di emozione sulla pelle, misto ad un brivido di autentico freddo. Le vivide e spettacolari immagini di copertina sono un quadretto da ammirare mentre si ascolta la musica, immaginandosi di trovarsi davvero di fronte a quella gigantesca montagna innevata, con i boschi di conifere intirizzite e lambite da un fiumiciattolo gelido, nella solitudine e nella libertà più totale. Paesaggi sonori che ricordano le maestose distese del Canada o dell'Alaska, luoghi nei quali l'uomo ancora non ha avuto il coraggio di insediarsi a distruggere tutto, poiché troppo belli e troppo inospitali. Gli Elderwind trasportano la mente e il corpo in quei luoghi paradisiaci, e lo fanno con una semplicità disarmante, componendo brani che non sono nulla più che tranquille sequenze di accordi ripetuti, sui quali viaggiano lentamente le note di pianoforte e di tastiera come brandelli di fiori trasportati da un vento impetuoso. Unendo sapientemente le dilatate sonorità ambient con le ruvide muraglie di chitarroni black metal, la musica viaggia quasi sempre lenta, compassionevole, calma come l'acqua di un laghetto montano; ogni tanto una valanga improvvisa risveglia la natura dal torpore, sommergendo tutto con tonnellate di neve bramosa di velocità, per poi ripiombare nell'immobilità e nella tranquillità contemplativa, di cui questo disco è letteralmente saturo. Le linee melodiche esprimono questo sentimento alla perfezione, sviluppandosi solenni ed elegiache verso l'infinità di un mondo incantato, e giocando su motivi elementari ma dalla bellezza sconcertante, in grado di ammaliare perdutamente chiunque non si doti di una corazza di insensibilità spessa trenta centimetri. Un applauso interminabile deve essere dedicato alla produzione: non credo di aver mai ascoltato un disco nel quale la tipologia di suoni e di registrazione sia così perfettamente adatta alle atmosfere che si vogliono creare. Strati di chitarre ovattate e raggelanti, una voce in screaming sempre in secondo piano, tastiere liquefatte e fluttuanti che colmano l'etere senza mai essere invadenti ... un connubio stupefacente di grezzume e approssimazione sonora, che può essere considerato inadeguato solo da chi non ha la minima esperienza di questo tipo di musica. Non è una critica, è un dato di fatto: chiunque voglia approcciarsi al black metal atmosferico deve mettere in conto che la produzione deve essere necessariamente povera e stentata, altrimenti la musica perde i tre quarti del suo fascino. Mi sento inoltre di aggiungere un applauso ancora più sentito alla sezione ritmica, in particolare alla batteria, che costituisce l'elemento discriminante, in grado di compensare la relativa semplicità delle chitarre: dietro le pelli, infatti, Persy dà il meglio di sè con tempi sempre variabili e una tecnica non da poco, la quale arricchisce notevolmente il fluire dei brani, i quali avrebbero forse sofferto di una certa staticità se non ci fosse stato questo elemento.

Si respirano diversi sentimenti nel corso del disco, e nessuno di questi è un sentimento negativo: la natura si mostra qui nella sua bellezza più abbagliante, servendosi di melodie che spesso tendono alla luce del sole e al blu intenso del cielo, nonostante la loro intensa carica malinconica. Il dolce romanticismo di "Shining Star", le suggestioni epiche di "The Nature Stuck In A Dream", le avvolgenti e celestiali tastiere di "Last Winter's Night", il triste pianoforte accompagnato dalla pioggia e dai tuoni in " When The Rain Starts Again", la travolgente epopea di "The Coming Of Spring", capace di far sgorgare calde lacrime ... tutti i brani posseggono qualcosa di speciale, nonostante il disco sia estremamente omogeneo nel suo stile compositivo, e tutti sono in grado di dipingere paesaggi così vividi da sembrare reali. Cinquanta minuti che passano veloci, così veloci da lasciare ampiamente il tempo di rimpiangere ciò che si è appena vissuto, nel momento in cui il disco termina la sua ultima rotazione nello stereo. "The Magic Of Nature" è un disco che saprà toccare corde profondissime e saprà pennellare scenari che rimarranno indelebili nella vostra mente: non aspettatevi niente di complesso nè tantomeno di elaborato, aspettatevi solo un'ambientazione magica che vi farà sognare ad occhi aperti. 

La semplicità, in questo caso, ha vinto.

01 - V Snegakh (In The Snow) (5:42)
02 - Volshebstvo Prirody (The Magic Of Nature) (7:27)
03 - Siyanie Zvyozd (Shining Star) (6:04)
04 - Priroda Zastyla Vo Sne (The Nature Stuck In A Dream) (4:54)
05 - Poslednyaya Zimnyaya Noch' (Last Winter's Night) (7:18)
06 - Priblizhenie Vesny (The Coming Of Spring) (9:25)
07 - Kogda Vnov' Nachnyotsya Dozhd' (When The Rain Starts Again) (5:33)
08 - Holod V Dushe (Cold In The Soul) (6:06)